Cerca di dirmi qualcosa

Mi sono tagliato i capelli. Sono stato quattro ore dal parrucchiere. Quattro. Avevo appuntamento alle 11 di stamattina. Dopo venti minuti aveva finito. Pareva avessi un casco integrale in testa. Allora il parrucchiere mi consiglia un trattamento che mi preannuncia costoso e lungo per diminuire il volume dei capelli. Apprezzo la sua sincerità, e nonostante non veda bene questi trattamenti da "fighetti", mi lascio convincere e mi sottopongo ad una seduta di tre ore. Il parrucchiere è onesto, parliamo di New Wave, della merda di musica che c'è in giro e di Bunuel. Alla fine mi chiederà se voglio la ricevuta dico prima di sì, poi voglio fargli un favore, dico di no. Mi fa pagare meno. Il trattamento anti-volume-per-capelli-a-casco-integrale me lo fa la assistente. La assistente (leggesi sciampista) mi ispira sesso. Sarà che è estate e gli ormoni rendono arrapante anche un cinghiale di Sambuca Pistoiese, ma questa ragazza mi piace. Bassina, bel culetto, ventre piatto, seno prosperoso ma non esagerato, una gobbetta sul naso. Mi racconta che alle medie era in classe con mio fratello. Non ci diciamo altro. Non sono mai stato un abile conversatore, e le ragazze per cui provo attrazione puramente sessuale mi mettono in difficoltà, come se non volessi farmi sgamare, come se non volessi farle capire che vorrei trattarla come un oggetto, cosciente che non è una cosa carina; me ne vergogno, quindi. Silenzio. Lei intinge il pennello in una poltiglia bianco-giallastra, mette una striscia di carta (tipo quella da nastro dei pacchi regali ma più larga) sotto ogni ciuffo di capelli e passa il pennello sul ciuffo. Mi mette in testa 5-6 strisce di quella carta. Devo attendere quindici minuti. Sulla mensolina di fronte allo specchio appoggia un aggeggio di plastica bianco e nero che segna il tempo. TTRRRRRAAAAAAAATTT! Segna lo zero. I minuti sono volati. Mi vengono lavati i capelli. Ora vanno piastrati, una cosa che mai mi sarei aspettato di fare in vita mia. Il mio desiderio sessuale infila la spina nella presa e la piastra si scalda. Sento che fa TAC! dietro la mia testa, come un killer pronto ad uccidere. Parte dalla nuca. Sento caldo. TAC TAC TAC TAC. Arriva all' orecchio. Mi dice di tenerlo giù col dito. Me lo sfiora lo stesso; ho un impercettibile sussulto. Lei non se n'è accorta. L'altro orecchio. Arriva al ciuffio che mi cade davanti agli occhi. Ho i suoi seni davanti al naso. Non li guardo. Non li voglio guardare. Non voglio essere pizzicato nel sublime atto voyeuristico, guardo solo quando sono certo che lei non si giri, tipo quando viene chiamata dalle colleghe o dalle altre clienti: Elisa, dove sta la lozione?
Sta..(sbirciata)
Elisa, cosa hai fatto ieri sera?
Ero a cena con la famiglia del vicequestore, il figliolo si è diplomato e allora gli comprano la BMW...(lunga sbirciata)
Sto seriamente pensando di essere bosomane. Mi piacciono troppo le tette.
Comunque la piastra ha terminato il suo compito. Mi rivengono messe le strisce con la poltiglia bianco-giallastra. Altri quindici minuti. Sono eterni, si sta facendo tardi ed io devo andare via. TTRRRRRRRAAAAAAAAAAT!
Altro lavaggio. Ultimi ritocchi. Pagamento. Via. Sembro Ringo Starr intrufolato all'Arezzo Wave, con l'acconciatura beatlesiana deviata verso un certo post-punk.
Devo andare via. Devo andare da un fotografo a farmi delled fotografie da mandare al provino a Roma.
Mi accompagna mio fratello. Il fotografo mi vede, mi riconosce, borbotta silenziosamente un "buonasera" senza schiudere le labbra. Prende dalla vetrina una di quelle macchine fotografiche coi controcoglioni, e con una chiave apre la porticina dello studio, grande come uno sgabuzzino, con due lampade, un telo bianco e uno sgabello.
Fa battute, mantenendo sempre la sua faccia seria, per cui non si capisce se siano tali oppure siano delle prese in giro pronunciate con disprezzo. Mi dice, dopo avermi fatto accomodare, "Sii te stesso". In un altro momento di fronte a quella frase gli sarei scoppiato a ridere in faccia ma, stranamente, mi sono prestato al gioco, forse perché curioso di quel nuovo mini-mondo di finzione schiusosi intorno a me. Niente sorrisi, però. Non ho un bel sorriso, e in più sono poche le cose che mi fanno sorridere. Il fotografo incarna lo stereotipo dei fotografi della tivù, mi fa muovere in modo da ottenere una sensazione di movimento, mi dice sposta il gomito, accavalla le gambe, mettiti gli occhiali da sole, piega la testa, il tutto accompagnato dal quel cik,cik,cik della macchina fotografica così fonicamente simile a quello che facevo con la bocca da bambino quando per scherzo facevo finta di fotografare la mia vicina di casa. Poi, verso le ultime foto, il maestro fa una cosa che mi aspettavo e che va a comletare il mio quadro stereotipato del fotografo, mi dice "piegati in avanti, sì, così, e ora CERCA DI DIRMI QUALCOSA". Anche questo in un altro momento mi avrebbe fatto ridere. Ma mi ero preparato a casa, mi bastava calarmi nella parte, pensare intensamente la cosa che volevo comunicare. Mi sono avvicinato con il viso verso la macchina, e, d'istinto, alla frase che mi dovrebbe far ridere ho risposto pensando intensamente "caro mio ti sfondo il viso", con relativa faccia.

