Devi stare fermo e basta

Il ragazzo baciò la ragazza sulla fronte, sulle sue labbra un sorrisetto appena accennato; non gli serviva fare sorrisoni a trentadue denti, quel piccolo movimento delle sue belle labbra carnose bastò a far capire alla ragazza il bene che lui le voleva. Lei sorrise con gli occhi e lo abbracciò forte, ricambiata. Lui, dopo pochi secondi,spostò il braccio destro che le cingeva i fianchi, la liberò per metà dalla sua morsa, e con la mano cominciò ad accarezzargli la gobbetta che aveva sul naso. Alla ragazza scappò un risolino.
Mancava ancora un'ora allo spettacolo.
I due andarono nei rispettivi camerini e si cambiarono con tutta la leggerezza del mondo: la maglia, la camicia, i pantaloni, il vestito lungo ed elegante strusciarono sulla loro pelle chiedendo permesso, e la pelle, intirizzendosi, disse "prego". Il ragazzo guardò i propri occhi nello specchio, li fissò intensamente, ed ecco di nuovo quel sorriso appena accennato. La ragazza sedeva sulla sedia di fronte allo specchio, dondolando la testa sul suo collo sottile, chiuse gli occhi ed emise un debole, piacevole sospiro. Il ragazzo entrò nel camerino di lei, le fece il più banale dei complimenti, alla disperata ricerca di un pretesto per baciarla ancora; la ragazza si avvicinò e lo baciò sulla fronte, sulle sue labbra un sorrisetto appena accennato; il ragazzo chiuse gli occhi, chinò la testa, e un brivido lo percorse per tutta la schiena, dall' Atlante al coccige. Si sedettero. Parlarono del più e del meno, cercando di scavarsi a vicenda, raschiando ad ogni domanda un poco della loro scorza. Il ragazzo ad un tratto le chiese che tipo di persona fosse il suo ragazzo. La ragazza fece la faccia di quella che ha capito dove si vuol andare a parare, ma poi uscì dal suo ruolo sornione, guardò in terra e rispose, rispose che il suo ragazzo era una persona stupenda, ottimista, simpatica, gentile, la persona da sposare. Il ragazzo conosceva il ragazzo della ragazza, quindi non si stupì: già si immaginava che fantastica persona potesse essere, ora ne aveva la conferma. La ragazza lo fissò intensamente per qualche secondo mordicchiandosi la lingua, le sue guance diventarono rosse e aggiunse: "se non stessi con lui sono sicura che a quest'ora sarei follemente innamorata di te". Gli occhi del ragazzo si accesero di dieci sorrisi increduli, era sorpreso, nella felicità o nell'amarezza che quella rivelazione poteva portare. La ragazza gli chiese se pensava male di lei per questo, lui disse, con freddezza, la freddezza di chi non sa se essere felice o il contrario, disse che una donna, anche quando ha il cuore impegnato, non smette di essere tale.
Il sorriso di lei trovava soddisfacente questa risposta, i due si alzarono e si abbracciarono.
Più intensamente di prima.
Mancavano dieci minuti allo spettacolo.
Il ragazzo non aveva ancora capito se gli era stata data una notizia buona o una cattiva. Si aggirava dietro le quinte barcollando, quasi schiavo a tratti della forza di gravità. Si appoggiò con un braccio ad un pilastro delle quinte, il sorriso sulle labbra; tirò un sospiro ed un debole e svogliato pugno al pilastro. Si girò, appoggiò la schiena al gigante di cemento, quasi a cercare conforto, o più semplicemente una risposta, e si lasciò scivolare lentamente, quasi a godersi l'equilibrio precario, fino a che il suo sedere non toccò terra. Abbracciò le proprie ginocchia. Sbuffò sul ciuffo di capelli scuri che lo infastidiva all'altezza della narice. Alzò lo sguardò al cielo, è cominciò un dialogo subliminale con qualcuno, o perlomeno partì una chiamata.
"Cosa vuol dire? Devo essere lusingato dal suo amore? Oppure pensare che sia l'ennesima relazione impossibile? Era un invito a raccogliere il suo amore oppure un avvertimento? Forse voleva dirmi di non spingermi oltre con lei perché sta già bene così. Ma a che scopo? Avrebbe potuto non dirmi niente. Forse l'ha detto perché lo pensava e basta. Ed io allora cosa faccio? Chi sono io per entrare in mezzo ad un rapporto fra due persone e seminare dolore? E poi lui non se lo merita, è una persona splendida". Il ragazzo immaginò il fidanzato di lei piangente, la ragazza con i sensi di colpa ed egli stes(s)o nel mezzo, con la testa fra le mani, che guarda le macerie di quel che ha combinato.
"Devi stare fermo e basta"
Il ragazzo pensò che il suo qualcuno a cui si rivolgeva avesse risposto,
ma era solo un tecnico delle luci che parlava con un bullone.
Il giorno dopo lo spettacolo il ragazzo era a scuola. Una faccia terribile, due occhiaie così, occhi gonfi. La notte non portò consiglio, solo lenzuola sudate, incubi, e risvegli improvvisi. A volte, facendosi nel sonno domande a cui non riusciva a dare risposta, si svegliava di colpo balzando a sedere sul letto, ansimante. La professoressa di spagnolo lo chiamò interrogato. Gli fece una domanda. Una semplicissima domanda. Il ragazzo non rispose, emise solo balbettii sconnessi e senza senso. Un'altra domanda. Ancora niente. Guardava in terra, non si rendeva nemmeno conto di dove fosse. Si guardava le scarpe cercando di riconoscerle, sperando magari di scoprire di essere un'altra persona, convincendosi che la sera prima fosse solo il sogno di un Mario Rossi o di un Michele Verdi.
La professoressa capì che qualcosa non andava, lo mandò a posto, senza dargli alcun voto, e lo guardò con gli occhi di chi prova pena per qualcuno. Il ragazzo alla fine dell'ora chiese se poteva uscire, la professoressa aconsentì, ma gli chiese se si sentiva male; il ragazzo vide d'un tratto tutto distorto e acquoso, rispose "un po' " ed uscì.
Tornò con un permesso di uscita anticipata e gli occhi ancora lucidi.
Andò verso casa trascinando i pedali della sua bici.
Entrò in bagno, si lavò la faccia, e guardò la sua immagine nello specchio. Fece il confronto con la faccia che aveva la sera prima, e quasi si convinse davvero di non essere lui, ma riconobbe le proprie scarpe. Mario Rossi aveva fatto un sogno diverso quella notte.
Aprì il cassetto delle medicine, convinto di fare una cazzata, ma il corpo andava per conto suo; mise sul tavolo ciò che di ingeribile era riuscito a trovare: un Aulin, un medicinale per raffreddore e una pasticca di vitamina C all'arancia. Convinto sempre più di fare una cazzata, ma sempre più sordo con se stesso, continuò la sua opera di patetico vittimismo, conscio di questa pateticità. Buttò giù le tre pasticche con un bicchiere di Brandy, preso da una bottiglia per gli ospiti che non beveva nessuno.
La gola gli bruciò.
Si sentiva, anzi cercava di sentirsi come uno di quelli che mischiano barbiturici ed alcol.
Si mise sulla sedia, immobile, braccia dietro lo schienale, capo chino in giù, col petto arcuato, come un goffo Cristo in croce.
Ora voleva solo aspettare gli effetti della sua patetica bravata.
Si ripeteva quasi ossessivamente a denti stretti, schiumando dalla pazzia, le solite parole:
"Devi stare fermo e basta,Devi stare fermo e basta,Devi stare fermo e basta...."

