lunedì, gennaio 30, 2006

Liquidi e corpi


Ad un tratto tutto si fa appannato e acquoso, come se mettessi la testa in una brocca d'acqua e aprissi gli occhi. Questi ultimi gonfi, pieni, spasmodici di uscire da quelle orbite e partire verso un'infinito, o perlomeno impazienti di illudersi che ci sia, l'infinito. Palpebre colme fino all'orlo, esitanti, che un po' se la tirano, non vogliono lasciarsi andare così facilmente; vogliono un motivo buono, non vogliono certo sputtanarsi per una cosa da poco. Allora decidono di temporeggiare, e rimangono così: colme fino all'orlo, sul punto di esplodere, ma pazienti, sagge, studiano la situazione minuziosamente, fino a che non capiscono che è meglio non sprecare il frutto e insieme l'essenza di un'emozione, e allora lasciano che sia il vuoto a riempirle ora, mentre l'emozione ritorna da dove era venuta, tornando, triste e delusa, a essere niente. Oppure, si lasciano andare, preannunciate da uno strano torpore del setto nasale, travolgendo tutto ciò che trovano di fronte: pudore, vergogna, timidezza, paura, regole sociali non scritte, bon ton, dogmi dei veri fighi e via dicendo. Accadono semplicemente. Accadono e basta, come la cosa più spontanea di questo mondo, lasciando dietro di sè la scia e successivamente la storia di un intenso orgasmo.
Stranamente (perché stranamente?) tutti i liquidi che sgorgano naturalmente dal nostro corpo ci danno sollievo.
Entrano ed escono, si crea movimento.
Ci muoviamo col rischio di cadere, scivolare, precipitare.
Il rischio è movimento, il movimento è vita.
Dobbiamo rischiare per muoverci.
Dobbiamo rischiare per vivere.
Dobbiamo rischiare per poter piangere ancora.

domenica, gennaio 22, 2006

Il rullante di Pocahontas


Il seguente sogno è indice chiaro e inconfutabile della mia incombente pazzia, o perlomeno del non-senso dei sogni.

Ogni riferimento a personaggi o fatti reali è da ritenersi puramente casuale.

Contest musicale, il mio gruppo è l'ultimo a suonare, quello precedente sta ancora suonando.
Fanno una canzone metal vagamente maideniana, forse the Trooper o the Wicker Man; la scena si sposta: sono con una ragazza in uno sgabuzzino, e mentre tento di baciarla lei si trasforma in una campanella giallo oro, quasi come disegnata a cartoni animati dalla Warner Brothers, e mi catapulto di nuovo al luogo del contest. I maideniani non ci sono più, sopra il palco c'è il mio gruppo che mi urla dietro per dirmi di muovermi, che tocca a noi, addirittura il cantante mi urla: "muoviti che dobbiamo scuotere Pocahontas", frase senza senso che più avanti continuerà a non averlo, un senso. Corro verso il palco, un palco basso, contornato da chilometri di tende nere, come un teatro, che creano un'ombra cupissima, non c'è un cazzo di luce, riesco a distinguere la mia batteria. Sembra gigantesca, con tutti gli accessori e gli strumenti possibili. Intanto davanti al palco si è formata una folla gigantesca, tutti che aspettano di ascoltare il gruppo. Io vado in posizione e mi accorgo che ci sono solo la cassa con i due tom davanti. "Ma come, non era gigantesca un attimo fa?", penso. Mi alzo e da dietro passo davanti alla batteria. Da davanti sembra sempre la batteria gigantesca, ma quando mi siedo sullo sgabello mancano quasi tutti gli strumenti. Panico, comincio a cercare nel camerino piatti e tamburi, trovo un charleston, lo monto, la gente rumoreggia, c'è agitazione, tutti a cercare i piatti, li trovo, c'è anche il timpano ora, ma manca il rullante. Me lo presta il batterista del gruppo che ha suonato prima di noi. E' un rullante verde, tutto sbrilluccicante. Lo monto. Sono più tranquillo, prendo le bacchette, ma mi accorgo che manca il pedale della grancassa. Ri-panico, pubblico incazzato, gruppo che urla cose poco carine sul lavoro di mia madre, e mixerista incazzato. Il mixerista incazzato corre come un forsennato verso di me, lasciando dietro di sè una nube di polvere, come nei cartoni animati, e dopo un centesimo di secondo è col naso a due centimetri dalla mia faccia. Lo spippolamixer in questione è, con mia sorpresa, Carlos Santana, basso, con baffi e occhiali scuri inconfondibili. A muso duro mi dice: "sarà meglio trovarlo in fretta, questo pedale". Cambio di scenario. Mi ritrovo in macchina con lui, una berlina bianca, lunga, sporca e arrugginita. Percorriamo una specie di statale sudamericana, contornata da un paesaggio a metà fra il desertico e il campagnolo (in breve: ho visto un cactus nel bel mezzo di un campo di pomodori). Carlos accosta accanto ad una roulotte e mi dice: "patate bollite". Va dentro la roulotte, io lo aspetto in macchina e sento dei chiari rumori da amplesso. Percorriamo la statale a ritroso e davanti a noi vedo un pullman con dentro i ragazzi del mio gruppo che ci stanno cercando incazzatissimi. Dico a Carlos di fermarsi, ma lui sterza proprio davanti al pullman e ci schiantiamo sul guard-rail.

sabato, gennaio 21, 2006

L'impressionismo dei cowboy



L'unica cosa che mi ha portato qui è una speranza. Sono montato in groppa alla speranza che qualcosa mi entusiasmasse, o che comunque mi destasse dal torpore degli ultimi giorni, e sono venuto qui, a questa mostra. Van Gogh
e Gauguin, grandi nomi. Sperando grandi emozioni. E' un casino tirare fuori emozioni dalle immagini, perchè loro sono lì e basta, l'artista il suo l'ha già fatto, poi tocca a te cavarne qualcosa. Io fino a pochi istanti fa avevo cavato ben poco. Ora sono nervoso, vorrei fumarmi una sigaretta, ma qui non si può fumare e soprattutto io NON FUMO. Fra i vari paesaggi, ritratti, seminatori, ballerine, nanicanigattitopisalamandresiringhedrogatiassistentisocialidonnenudemadrimoralistepreservativibucati qualcosa è uscito dal torpore, staccandosi da nanicanigattitopisalamandresiringhedrogatiassistentisocialidonnenudemadrimoralistepreservativibucati, concentrandosi finalmente su una cosa sola. Il mio cazzo di problema è il guinzaglio che scordo di mettere al mio cervello bacato, che se gli fai vedere l'immagine di un telefono si spara una serie di immagini mentali che da suddetto telefono arrivano alla situazione commerciale del Suriname.
Stavolta, invece, sono stato bloccato rapidamente da un quadro, come fosse quel tipo di cemento a presa rapida molto in voga fra i malavitosi italoamericani.
Una targhetta scarna ed essenziale mi informa che l'opera è un ritratto che van Gogh fece ad un postino di nome Joseph Roulin. Questo quadro mentre passeggiavo di sfuggita nella galleria mi ha letteralmente "chiamato", o meglio, non il quadro, neanche il signor Roulin, ma bensì i suoi occhi. Dannatamente belli, quegli occhi, forse proprio perché artificiali.Li ho fissati intensamente, quasi con rabbia, -cosa diavolo vuoi?- ho pensato, cercando di capire cosa ci fosse in quei maledetti occhi verdi.
Dio solo sa come, ma quei maledetti condotti ottici rispondevano. Ed io ri-rispondevo. In poco tempo si è trasformata in una specie di sfida, un po' come i cowboy che si tirano le occhiataccie e poi si andranno a sfidare a mezzogiorno di fronte al campanile. Di solito quando fisso gli sguardi dei ritratti trovo occhi piatti, che dicono una cosa sola, sempre la stessa, perentoriamente. Il signor Roulin, invece, sembrava tenesse un discorso. Una specie di flebile, invisibile, sottinteso dialogo.
Prima sembrava borioso, io l'ho quasi condannato con un'occhiataccia, poi è diventato più meschino ed io ancora più incazzato. Infine, aveva uno sguardo che mi ha detto: -guardami pure, condannami, giudicami se vuoi, io guarderò oltre di te-.
E io ci sono rimasto di cazzo.
Gabbato da un quadro, sconfitto da due occhi dipinti, umiliato da un silenziosissimo dialogo.

giovedì, gennaio 19, 2006

L'autostrada per la felicità


C'è chi le cose le sa e chi non le sa.

Io le cose non le so. Sono un ignorante bello grosso.
Chi non sa le cose sta zitto (se sa di non saperle). E subisce. Subisce tutto: il freddo, il caldo, le malattie, lo stress, la depressione, i governi, i discorsi della gente, la gente, il mondo.
Subisce il mondo. Diventa passivo nei confronti del mondo. In tutti i sensi. Sì, anche in quello sessuale. Lo prende in culo, e basta.
Io non so. Sto zitto, non so come comportarmi; allora mi dico che per non sapere devo sapere. Allora cerco il sapere, ma quando credo di sapere qualcuno mi dice che il suo sapere è migliore del mio, e quello dopo che il suo è migliore di quell'altro, il tutto in maniera assolutamente ridondante. Forse loro sono solo fortemente convinti. Se io mi convincessi che il mio sapere è quello giusto, metterei in dubbio anche loro, e magari mi verrebbero dietro cercando di carpire il mio sapere, di cui ho inventato la giustezza annegando comunque nel dubbio. Quale dubbio?
Il dubbio che tutti facciano il gioco di credere e far credere che la propria via sia quella giusta, solo per non impazzire, per non abbandonarsi ad una verità che si chiama pistola alla tempia, con l'ulteriore dubbio che anche quest'ultima possa non essere una verità.

Ma tra questi, questi che alla fine siamo noi ma che chiamiamo "loro" con una scrollata di spalle, quasi come per liberarci di una sensazione sgradevole, sembrano esserci persone più convinte delle altre del loro "sapere"; anzi, mi sbilancerò: loro hanno il sapere. E sono tristi, preferirebbero essere nel dubbio e non conoscere, godendosi la tranquillità dell'ignoranza.
Comincio a pensare che queste persone siano filantropi, e si siano insediate nei consigli di amministrazione delle tivù, delle radio, nei governi, nelle aziende pubblicitarie, fra gli stilisti, fra gli spacciatori. Costoro cercano di venderci un'altra realtà, cercando di non farci comprendere, quella vera, per non farci soffrire, lasciandoci ignoranti e impotenti, viziati come i bambini capricciosi, ma a sentire "loro", felici.

Sono convintissimo che abbiano ragione/torto!

sabato, gennaio 07, 2006

Le mani invisibili




Apro gli occhi con sforzo. La sveglia è lì di fronte, devo solo guardarla e connettere il cervello. Sono le due di notte. Merda, ancora le due di notte. Ma quando cazzo finisce 'sta notte? Sono a letto dalle dieci cercando di addormentarmi, ma cristo non ce la faccio. Non riesco a capire come addormentarmi. Come funziona? Di solito si è stanchi, si poggia la testa sul cuscino, si chiudono gli occhi e ci si dovrebbe addormentare. Le condizioni sembrano esserci tutte, gli effetti no. Il fatto è che il mio chiudere gli occhi è solo un chiudere gli occhi. Quando chiudi gli occhi, li hai chiusi e basta. Cioè, non è che chiudi gli occhi e crei la condizione favorevole per addormentarti, l'addormentarsi comincia molto prima. Ti puoi addormentare anche ad occhi aperti, soprattutto se la luce è talmente poca che non c'è differenza tra aprire o chiudere gli occhi; più raro (e anche per questo più bello) è l'addormentarsi ad occhi aperti: sei lì, cazzo sei lì dove sei, però non lo senti, cioè come cazzo ve lo spiego...
E' come se delle mani invisibili ti mettessero un tappo in bocca, ovatta nelle orecchie e ti coprissero gli occhi dolcemente, come un'infermiera che ti accudisce.

Ecco, quelle mani non sono più passate a trovarmi...
Sono due giorni che non dormo e non posso prendere sonniferi perché il dottore me lo ha vietato, visto che mi sono operato all'osso sacro. Ed ecco la causa della mia tribolazione:
Essendomi operato all'altezza del coccige non posso stare a pancia in su, posso solo stare sul fianco o a pancia in giù. In queste posizioni sono costretto a poggiare l'orecchio sul cuscino. Poggiando l'orecchio sul cuscino sento una cosa, una cosa che non sono abituato a sentire, ma che so che c'è anche se non lo da a vedere.
TU-PUM TU-PUM TU-PUM TU-PUM TU-PUM TU-PUM TU-PUM TU-PUM TU-PUM
E io ascoltavo, perlomeno all'inizio, affascinato, pensando che tra le migliaia di cose a cui la mia vita è appesa, c'è anche il TU-PUM. TU-PUM è invisibile ma è importante, quando sento il TU-PUM la notte lo trasformo mentalmente in terzine, quartine, sestine, aggiungo la cassa, i piatti, diventa una batteria.
Ma, come tutte le cose belle, dopo un po' ci si abitua.
Ora il TU-PUM è solo TU-PUM, e mi ha levato l'ovatta dalle orecchie.
E il chiudere gli occhi è solo chiudere gli occhi.
E il sogno non è necessariamente sonno.


TU-PUM

venerdì, gennaio 06, 2006

Lavoro lavoro non ozio

Mi sto dando alla Digital Art

elmurie.deviantart.com

domenica, gennaio 01, 2006

Buon 2006

Buon anno 2006!






post minimalista......mi piace così